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News area Lavoro

Il lavoro autonomo cerca maggiori tutele. Riuscirà a trovarle?

Il lavoro autonomo è il segmento dell’occupazione che si è maggiormente modificato nel tempo. Lo rivela la terza edizione dell’indagine sui lavoratori italiani “Il lavoro che cambia”, promossa dall’Associazione Lavoro&Welfare. Caratterizzato, prevalentemente, da un alto livello di istruzione, il lavoratore autonomo è per lo più un professionista non ordinista, con un carico di lavoro più impegnativo rispetto a quello dei lavoratori dipendenti. Inoltre, a differenza del passato, i lavoratori autonomi manifestano sempre più l’esigenza di avere maggiori protezioni sociali, oltre al desiderio di una crescita del reddito. Il legislatore sarà in grado di soddisfarli?

La terza edizione dell’indagine sui lavoratori italiani “Il lavoro che cambia” (*) - promossa dalla nostra Associazione Lavoro&Welfare in collaborazione con l’Unita di ricerca LO, Lavoro e Organizzazioni, del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università degli studi di Roma “La sapienza”, guidata dal professor Mimmo Carrieri, e con Assolavoro, basata su dati rilevati nel maggio del 2017 - ha dedicato, tra l’altro, un approfondito focus al lavoro autonomo.

Questo approfondimento trova la propria ragione nelle importanti trasformazioni che, nel corso degli anni, hanno interessato questo segmento dell’occupazione.

L’aggregato lavoro autonomo è piuttosto composito in ragione di fattori come le profonde differenze rispetto alle competenze, risorse economiche, sociali e relazionali. In sintesi, il lavoro autonomo è il segmento che si è maggiormente modificato nel tempo.

Sul piano statistico la crisi economica iniziata nel 2008 ha causato, da una parte, una sua generale contrazione in tutti i Paesi europei. In Italia, ci dicono i dati Istat del 2017, questa contrazione è stata accompagnata da un avvicinamento della platea dei lavoratori autonomi con quelli dipendenti. Si è deciso quindi di spostare l’analisi sulle dinamiche interne alle diverse categorie.

La contrazione ha riguardato soprattutto i segmenti imprenditoriali e i collaboratori (anche familiari). Questo, prevalentemente, a causa della polverizzazione delle piccole imprese e dalle restrizioni di legge introdotte, nel tempo, sul lavoro parasubordinato. Sono, invece, cresciuti gli autonomi senza dipendenti, la componente femminile, il grado di istruzione, le professioni intellettuali e tecniche, il lavoro esecutivo nel commercio e nei servizi.

Rispetto alla seconda edizione dell’indagine, che risale al 2009, si può mettere in evidenza come, nel campione - che era composto da lavoratori attivi - sia cresciuta notevolmente la percentuale di lavoratori autonomi e che ci sia stato un avvicinamento, si può dire una ricomposizione, tra lavoratori autonomi e dipendenti.

Il profilo del lavoratore autonomo emerso nel 2017 è caratterizzato, prevalentemente, da un alto livello di istruzione. La componente più numerosa è quella dei professionisti non ordinisti (40%) rispetto a chi fa parte di un albo (22,6%) mentre il resto fa riferimento ad altre categorie come artigiani e agricoltori. Il grosso delle commesse è di provenienza privata (83%) distribuita su più clienti.

Il carico di lavoro è molto più impegnativo rispetto a quello dei lavoratori dipendenti, una media di 41 ore settimanali contro le 35 dei dipendenti che corrisponde, però, a una maggiore soddisfazione per la varietà dell’impegno.

Ma è sul piano del reddito che le differenze tra lavoro autonomo e dipendente si sfumano radicalmente. In particolare, sui redditi medi e su quelli bassi, anche se nella fascia tra i 1000 e i 2000 euro prevalgono ancora gli autonomi così come sopra i 3000. Ciò, a dimostrazione della riduzione di qualità del lavoro dipendente e del consolidamento di una fascia alta del lavoro autonomo.

Emerge però un forte livellamento verso il basso del lavoro autonomo che trova nella multi-committenza, più che una forza particolare sul mercato, la necessità di cumulare reddito.

Anche per chi pratica una professione ordinistica emergono difficoltà legate al fattore del reddito e alla percezione di una maggiore insicurezza. Questi fattori sono incrementati dall’assenza di misure di sostegno sociale e dalla maggiore tassazione. I lavoratori autonomi, rispetto al passato, manifestano, perciò la richiesta di maggiori protezioni sociali oltre al desiderio di una crescita del reddito. Rispetto all’edizione del 2009 emerge dunque una richiesta di policy specifiche da parte di questi lavoratori.

In conclusione, sul piano politico ci troviamo di fronte a un fatto di grande rilievo: le istanze espresse da una rilevante porzione di lavoratori autonomi si avvicinano a quelle dei dipendenti. Il lavoro autonomo si è frammentato tra i percettori di redditi alti che mantengono un forte livello di sicurezza percepita e quelli con redditi in decrescita che, nonostante i grandi sforzi prodotti, manifestano una forte insicurezza sociale. Il legislatore dovrebbe tener conto, in una fase così complessa per l’universo della produzione, della necessità di protezione sociale di questa fascia di lavoratori.

(*) Il lavoro che cambia. Verso l’era digitale. Terza indagine sui lavoratori italiani, a cura di Mimmo Carrieri e Cesare Damiano, Ediesse, 2019

Fonte: http://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/lavoro-autonomo/quotidiano/2019/06/22/lavoro-autonomo-cerca-maggiori-tutele-riuscira-trovarle

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