Lavoro povero: dopo il giusto orario serve continuità del lavoro
L’Approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, pubblicata il 12 giugno 2026, individua nelle prestazioni discontinue, nella stagionalità e nel part-time involontario le principali cause della povertà lavorativa in Italia. Oltre il 70% dei working poor è concentrato tra chi non lavora a tempo pieno e in modo continuativo. Il dibattito sul lavoro povero in Italia continua a concentrarsi prevalentemente sul livello delle retribuzioni, ma i dati previdenziali e occupazionali raccontano una realtà più complessa. Il fenomeno dei working poor è legato soprattutto alla ridotta intensità lavorativa, alla frammentazione dei rapporti di lavoro e alla discontinuità occupazionale, più che ai minimi salariali orari previsti dalla contrattazione collettiva.
L'analisi condotta dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro e riportata nell’approfondimento del 12 giugno 2026 evidenzia che quasi il 48% dei lavoratori dipendenti del settore privato percepisce meno di 20.000 euro lordi annui, ma tale percentuale si riduce al 27% tra i lavoratori occupati a tempo pieno per l'intero anno. Oltre tre quarti dei lavoratori che si collocano sotto questa soglia reddituale risultano infatti impiegati con contratti part-time, stagionali, intermittenti o caratterizzati da significative interruzioni dell'attività lavorativa.Lo studio sottolinea inoltre come il miglioramento registrato nel mercato del lavoro tra il 2023 e il 2026 sia stato trainato dalla crescita dell'occupazione stabile e a tempo pieno, mentre il part-time involontario e i rapporti a termine hanno progressivamente perso peso. In questa prospettiva, il contrasto al lavoro povero richiede interventi che favoriscano la continuità occupazionale, la trasformazione dei rapporti part-time in full-time e l'innalzamento della produttività nei settori a basso valore aggiunto, superando una visione limitata alla sola fissazione di soglie salariali minime.Secondo le elaborazioni effettuate sui dati INPS relativi ai lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi agricoltura e lavoro domestico), nel 2023 circa il 48% dei lavoratori percepiva meno di 20.000 euro lordi annui. Tuttavia, limitando l'osservazione ai lavoratori occupati a tempo pieno per l'intero anno, la percentuale si riduce drasticamente al 27%.Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dallo studio riguarda il peso dei contratti a orario ridotto.Nel 2023:- il salario medio annuo dei lavoratori full-time era pari a circa 29.000 euro;- il salario medio annuo dei lavoratori part-time si fermava a 11.800 euro;- chi cumulava part-time e contratto a termine percepiva in media appena 7.500 euro annui.Inoltre:- il 33% dei lavoratori ha avuto almeno un rapporto part-time durante l'anno;- circa 3,6 milioni di lavoratori erano occupati con part-time orizzontale;- oltre il 70% dei working poor italiani si concentra proprio in questa fascia.Poiché la retribuzione media del part-time si colloca interamente sotto la soglia dei 20.000 euro annui, quasi tutti i lavoratori con questa tipologia contrattuale rientrano statisticamente nell'area del lavoro povero.L'approfondimento propone infine una riflessione sulle politiche necessarie per promuovere il cosiddetto "salario giusto", individuando nel contrasto al part-time involontario, nel rafforzamento delle politiche di conciliazione e nel sostegno ai settori orientati alla qualità e all'innovazione le leve principali per ridurre strutturalmente il fenomeno della povertà lavorativa.Copyright © - Riproduzione riservata
Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, approfondimento 12/06/2026
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