Salari minimi UE: conferma quasi integralmente la direttiva europea
Con la sentenza resa nella causa C-19/23, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha respinto in larga parte il ricorso promosso dalla Danimarca contro la direttiva sui salari minimi adeguati nell’UE. La Corte ha confermato la validità generale della direttiva, annullando soltanto due disposizioni considerate lesive delle competenze nazionali in materia retributiva. Restano quindi pienamente validi gli obiettivi europei di promozione della contrattazione collettiva e di rafforzamento dell’adeguatezza salariale nei Paesi membri.
La Corte di Giustizia dell’Unione europea interviene su uno dei temi più delicati degli ultimi anni nel diritto del lavoro europeo: il rapporto tra competenze dell’Unione e sovranità nazionale nella determinazione delle retribuzioni.Con la sentenza resa nella causa C-19/23, la Corte ha esaminato il ricorso presentato dalla Danimarca contro la direttiva (UE) 2022/2041 relativa ai salari minimi adeguati nell’Unione europea, confermandone la validità nella quasi totalità delle sue disposizioni.La decisione rappresenta un passaggio particolarmente rilevante nel dibattito europeo sul salario minimo, soprattutto per gli Stati membri che fondano il proprio sistema retributivo prevalentemente sulla contrattazione collettiva e non su salari minimi fissati per legge.Il ricorso della DanimarcaLa Danimarca aveva chiesto l’annullamento integrale della direttiva sostenendo che il legislatore europeo fosse intervenuto in un ambito riservato alla competenza degli Stati membri.Secondo il governo danese, infatti, la direttiva avrebbe inciso direttamente:- sulla determinazione delle retribuzioni;- sul diritto di associazione sindacale;- sulla struttura della contrattazione collettiva nazionale.La contestazione si fondava sull’articolo 153, paragrafo 5, del TFUE, che esclude le retribuzioni e il diritto di associazione dalle competenze legislative dell’Unione europea.Confini delle competenze europeeLa Corte di Giustizia, pur riconoscendo l’esistenza di limiti alle competenze dell’Unione in materia salariale, ha adottato una lettura restrittiva dell’esclusione prevista dai Trattati.Secondo i giudici europei, il diritto dell’Unione non può imporre direttamente il livello delle retribuzioni negli Stati membri, ma può comunque intervenire con misure di coordinamento e sostegno finalizzate al miglioramento delle condizioni di lavoro.In sostanza, la Corte chiarisce che non ogni norma europea che produca effetti indiretti sulle retribuzioni costituisce automaticamente una violazione delle competenze nazionali.Disposizioni annullatePur confermando l’impianto generale della direttiva, la Corte ha individuato due specifiche disposizioni ritenute incompatibili con i Trattati europei.La prima riguarda la previsione che impone agli Stati membri con salario minimo legale di utilizzare determinati criteri obbligatori nella definizione e nell’aggiornamento dei salari minimi.Secondo la Corte, tale disposizione realizza un’ingerenza diretta nella determinazione delle retribuzioni, andando oltre le competenze attribuite all’Unione.La seconda disposizione annullata riguarda invece il divieto di ridurre i salari minimi nei sistemi nazionali caratterizzati da meccanismi automatici di indicizzazione. Anche questa previsione è stata considerata un intervento diretto sulla struttura salariale interna degli Stati membri.Promozione della contrattazione collettivaLa Corte ha invece respinto integralmente le contestazioni relative alla promozione della contrattazione collettiva. I giudici europei hanno escluso che la direttiva imponga agli Stati membri obblighi di adesione sindacale o interferenze dirette nell’organizzazione delle relazioni industriali nazionali.Resta quindi valido l’obiettivo europeo di incentivare la copertura della contrattazione collettiva quale strumento di tutela salariale e miglioramento delle condizioni di lavoro.Effetti per gli Stati membriLa decisione rafforza significativamente la tenuta giuridica della direttiva europea sui salari minimi adeguati, che continua quindi a produrre effetti nella maggior parte delle sue disposizioni.Per gli Stati membri, compresa l’Italia, ciò significa che restano confermati:- gli obblighi di monitoraggio dell’adeguatezza salariale;- le misure di promozione della contrattazione collettiva;- gli strumenti di tutela dei lavoratori a basso salario;- gli obiettivi europei di rafforzamento delle condizioni economiche minime di lavoro.La sentenza conferma inoltre la possibilità per l’Unione europea di intervenire indirettamente in materia salariale quando tali misure risultino collegate alle politiche sociali e al miglioramento delle condizioni di lavoro previste dai Trattati europei.Copyright © - Riproduzione riservata
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