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Riforma del mercato del lavoro: occorre potenziare istruzione e formazione professionale

“C’è una questione strutturale che riguarda il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le imprese hanno difficoltà a reperire le risorse umane delle quali hanno necessità. C’è una carenza elevata di profili tecnici e specialistici, che è il riflesso di una carenza crescente di competenze qualificate, soprattutto nei settori più innovativi.” Per riformare il mercato del lavoro “istruzione e formazione professionale devono essere oggetto di un processo di riforma e potenziamento”. Il Ministro del Lavoro del Governo Prodi, Cesare Damiano, anticipa nell’intervista per IPSOA Quotidiano i temi al centro del suo intervento al 15° Forum LAVORO, organizzato da Wolters Kluwer in collaborazione con Dottrina Per il Lavoro, che si svolge a Modena il 25 febbraio 2026.

Si svolge a Modena il 15° Forum LAVORO, organizzato da Wolters Kluwer in collaborazione con Dottrina Per il Lavoro. Il Ministro del Lavoro del Governo Prodi, Cesare Damiano, anticipa nell’intervista per IPSOA Quotidiano i temi al centro del suo intervento.

Guardando a 25 anni di riforme del lavoro, quali interventi normativi ritiene abbiano avuto l’impatto più significativo - positivo o negativo che sia - sull’equilibrio tra flessibilità per le imprese e tutele per i lavoratori?

Sicuramente le riforme che hanno avuto un impatto significativo sul rapporto tra flessibilità e tutele sono state il Pacchetto Treu, la Legge Biagi e il Jobs Act.

La riforma pensata da Tiziano Treu aveva come obiettivo positivo quello di introdurre elementi di flessibilità accompagnati da adeguate tutele, un modello mutuato dai Paesi del nord Europa. Tuttavia, la flexicurity, soprattutto nella sua declinazione italiana, che ha largamente dominato la scena delle politiche del lavoro dalla fine degli anni 90, ha decisamente fallito. Il fallimento consiste nel fatto che il binomio Flex e Security ha funzionato solo dal lato della flessibilità a vantaggio esclusivo delle imprese e non altrettanto sul fronte delle tutele per i lavoratori.

Con la Legge Biagi, agli inizi degli anni duemila, si è esasperato l’elemento della flessibilità e si sono introdotte nuove fattispecie, come ad esempio il lavoro a chiamata o job on call, che si è trasformato in precarietà.

Sul Jobs Act, la riforma del 2015, mi sono espresso numerose volte. Ritengo sia stato un grave errore aver cancellato la tutela reale del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo. La conseguenza è stata, sostanzialmente, la fine del concetto di lavoro a tempo indeterminato, con la reintegra sostituita da un risarcimento. All’allargamento della flessibilità del rapporto di lavoro, inoltre, non ha corrisposto una adeguata politica del reimpiego e dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

A mio avviso un giusto equilibrio tra flessibilità per l’azienda e tutela e flessibilità per il lavoratore si ottiene con quella che io amo chiamare Flexstability: Flessibità e Stabilità.

Ossia, flessibilità della prestazione, intesa come disponibilità del lavoratore alle turnazioni, alla reperibilità, alla stagionalità degli orari, ai picchi di mercato e al lavoro agile e, sull’altro lato, stabilità del rapporto di lavoro che può essere realizzata attraverso un congruo periodo di prova, anche biennale, al termine del quale l’azienda decide se dar corso all’assunzione del lavoratore a tempo indeterminato, debitamente corredato della tutela reale.

Sulla base dell’esperienza maturata, quali criticità del mercato del lavoro italiano ritiene non siano state ancora adeguatamente affrontate o risolte?

In una parola: tutte. Questo, in un senso sistemico. Vediamo perché. Il mercato del lavoro è strettamente legato a una serie di variabili che dovrebbero corrispondere ad altrettante strategie nazionali. L’Italia è un Paese industriale che sta scivolando in un rapido declino.

Dalla fine del XX Secolo e per tutto questo tratto del XXI, la politica industriale è stata, di fatto, abbandonata. Non abbiamo un’autentica strategia nazionale per lo sviluppo economico. Lo Stato ha, di fatto, cessato di individuare obiettivi, delineare strategie che offrano l’adeguato supporto del quale le imprese necessitano nel loro approccio ai mercati. Infrastrutture, sviluppo tecnologico e spinta all’innovazione, coordinamento e crescita delle filiere produttive, formazione. Tutto questo tenendo conto della natura, peculiare ma non unica al mondo, del nostro tessuto produttivo che è fatto, in prevalenza, di micro, piccole e medie imprese.

Di conseguenza, il mercato del lavoro italiano soffre, soprattutto, del declino dell’industria e di un fenomeno, ormai, acclarato: la progressiva terziarizzazione dell’economia. I posti di lavoro, almeno fino allo scorso novembre, in crescita, corrispondono, però, a uno spostamento strutturale delle ore lavorate dalla manifattura ai servizi. Questi ultimi offrono salari e condizioni di lavoro di qualità molto inferiore all’industria. Quindi, il mercato del lavoro offre condizioni sempre meno soddisfacenti. Il fatto che negli ultimi mesi siano aumentati gli inattivi è senz’altro significativo. Insomma, le criticità del mercato del lavoro, come peraltro è logico, corrispondono a quelle del sistema produttivo che chiude il 2025 con un aumento del 10% della cassa integrazione. Aumento che avviene da due anni.

Alla luce del contesto economico e sociale attuale, quale intervento di riforma del mercato del lavoro ritiene oggi maggiormente prioritario e non più rinviabile?

C’è una questione strutturale che riguarda il mismatch, ossia, il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le imprese hanno difficoltà a reperire le risorse umane delle quali hanno necessità. C’è una carenza elevata di profili tecnici e specialistici, che è il riflesso di una carenza crescente di competenze qualificate, soprattutto nei settori più innovativi come quelli della digitalizzazione delle attività.

Le questioni centrali sono due. La prima è quella dell’istruzione, sia nel senso della formazione dei giovani, sia per quel che riguarda il Life long Learning dei lavoratori maturi.

Dunque, istruzione e formazione professionale devono essere oggetto di un processo di riforma e potenziamento. C’è, come c’è sempre stata, una richiesta di crescita culturale. È un fenomeno che conosciamo bene. Negli anni 70 del XX Secolo, le 150 ore conquistate dai sindacati permisero a migliaia di lavoratori di acquisire la licenzia media. Oggi, la crescita culturale, in un mondo nel quale la pervasività della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale incrocia ogni momento della vita, è decisiva perché un sistema produttivo sia in condizione di competere.

La seconda questione è quella delle politiche attive. Siamo un Paese europeo che deve competere sui mercati globali. Le politiche attive sono in capo alle Regioni. In un simile scenario, dovrebbero essere ancorate a quelle politiche industriali che ho citato nella risposta precedente. Le strategie devono essere nazionali. Poi, i territori possono dare il loro contributo in base alle proprie peculiarità. Ma dobbiamo pensare e agire, come Paese, in modo unitario.

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/02/24/riforma-mercato-lavoro-occorre-potenziare-istruzione-formazione-professionale

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