Criticità del mercato del lavoro: quali sono e come devono essere risolte
“Forte divisione tra lavoratori protetti e lavoratori periferici”, “scarsa efficacia dei servizi per l’impiego, dell’orientamento e della formazione continua”, nonchè “disallineamento tra domanda e offerta e sistema produttivo”. Sono le principali criticità del mercato del lavoro italiano che devono ancora essere risolte. Come? Il Ministro del Lavoro del Governo Monti, Elsa Fornero, anticipa nell’intervista per IPSOA Quotidiano i temi al centro del suo intervento al 15° Forum LAVORO, organizzato da Wolters Kluwer in collaborazione con Dottrina Per il Lavoro, che si è svolto a Modena il 25 febbraio 2026.
Si è svolto a Modena il 15° Forum LAVORO, organizzato da Wolters Kluwer in collaborazione con Dottrina Per il Lavoro. Il Ministro del Lavoro del Governo Monti, Elsa Fornero, anticipa nell’intervista per IPSOA Quotidiano i temi al centro del suo intervento.
Guardando a 25 anni di riforme del lavoro, quali interventi normativi ritiene abbiano avuto l’impatto più significativo - positivo o negativo che sia - sull’equilibrio tra flessibilità per le imprese e tutele per i lavoratori?
Anziché stabilire graduatorie, preferisco ragionare in termini di continuità delle riforme, volte a disegnare un percorso inteso a dare al mondo del lavoro italiano maggiore inclusività e a ridurre un eccesso di rigidità. Un percorso accidentato verso un difficile equilibrio tra produttività del lavoro e tutele dei lavoratori che le leggi possono favorire ma non, da sole, determinare.
Il punto di partenza del percorso di rinnovamento è stato il cosiddetto Pacchetto Treu (1997), sulla cui scia ha poi inciso fortemente la Legge Biagi (2003). Entrambi i provvedimenti hanno ampliato in modo significativo le tipologie contrattuali, per facilitare e rendere più flessibile l’entrata nel mondo del lavoro. L’impatto è stato importante ma non senza costi: da un lato, si è favorito l’occupazione, dando alle imprese maggiori possibilità di impiego; dall’altro, ne è derivata un’ulteriore spinta alla segmentazione del mercato del lavoro e a una maggiore precarietà, specie per i giovani. La riforma Fornero (2012) ha rappresentato, a sua volta, uno snodo intermedio per la modifica dell’impianto tradizionale delle tutele (art. 18, ridimensionato ma non abolito), con lo scopo di ridurre la rigidità e la segmentazione del mercato. Ha edificato sul principio secondo cui il rapporto di lavoro può cessare quando non crea adeguato valore aggiunto, purché il lavoratore sia indennizzato economicamente e comunque dopo un tentativo di conciliazione preventiva. Ha introdotto con l’ASpI un sistema più universalistico di tutela del reddito, per passare dalla protezione del “posto di lavoro” alla protezione del “lavoratore nel mondo del lavoro”. L’intervento più incisivo è stato però il Jobs Act (2014-2015) del Governo Renzi con il contratto a tutele crescenti e la sostanziale abolizione dell’articolo 18. Qui il baricentro si è spostato verso una maggiore prevedibilità dei costi per le imprese in caso di licenziamento, riducendo l’incertezza legale. L’effetto positivo è stato un rafforzamento della flessibilità in uscita; quello più avversato, un indebolimento reale e percepito delle garanzie tradizionali. Peraltro, la Corte è successivamente intervenuta restituendo al giudice un margine di valutazione discrezionale; ha eliminando i meccanismi automatici e rigidi di calcolo dell’indennità e ampliato, in qualche caso, la possibilità di reintegrazione.
Tutte queste riforme testimoniano miranti a obiettivi giusti testimoniano della difficoltà di rendere il mercato del lavoro migliore, sia dal punto di vista delle imprese, in quanto creatore di maggiore valore aggiunto, sia da quello dei lavoratori a cui offrire non soltanto buone tutele ma anche un salario e condizioni di lavoro adeguate alla società contemporanea. Il percorso non è ovviamente terminato e deve ora, soprattutto, affrontare le sfide difficili e molto incerte dell’IA.
Sulla base dell’esperienza maturata, quali criticità del mercato del lavoro italiano ritiene non siano state ancora adeguatamente affrontate o risolte?
Credo sia necessaria una premessa. Esistono criticità sul piano macroeconomico che interferiscono in modo determinante sulla performance complessiva del mercato del lavoro. Tali criticità sono da lungo tempo presenti nel Paese e richiamano all’insufficienza di investimenti sia privati, sia pubblici, all’inadeguatezza della politica economica complessiva e alla scarsa competitività del Paese nel contesto internazionale. Tutto questo si riflette anzitutto in un tasso di occupazione che, pur essendo in aumento, è ancora troppo basso (62,5 per cento, circa 10 punti percentuali sotto la media europea). In secondo luogo, si riverberano sul piano macro con la stagnazione della produttività del lavoro, a sua volta all’origine dei bassi salari italiani nel contesto europeo; sull’insufficiente diffusione delle innovazioni organizzative e produttive delle piccole/piccolissime imprese che sono l’asse portante della nostra economia e ne limitano l’efficienza.
Si tratta di problemi strutturali che si riverberano sul mondo del lavoro e ne limitano l’operatività, in senso sia quantitativo, sia qualitativo. Anche avessimo ipoteticamente le migliori norme (e non è così) queste insufficienze, che sottolineano l’interdipendenza tra la macro e la microeconomia, comprimerebbero la funzionalità del mercato del lavoro, determinando equilibri alquanto insoddisfacenti.
Ciò detto, le specifiche criticità del mercato sono ancora tante. Persiste una forte divisione tra lavoratori “protetti” (tipicamente a tempo indeterminato, spesso più anziani) e lavoratori “periferici” - giovani, donne, nuovi entranti - concentrati in contratti a termine, part-time involontario o lavoro discontinuo o in lavori non distanti dallo sfruttamento vero e proprio, come i riders. Le riforme hanno aumentato la flessibilità, ma non hanno creato percorsi di stabilizzazione sostenibili. Il vero anello mancante credo sia quello dell’insufficienza e della scarsa efficacia dei servizi per l’impiego, dell’orientamento e della formazione continua. L’Italia continua a investire meno di altri paesi europei nell’accompagnamento alla ricollocazione: gli ammortizzatori sociali esistono, ma spesso funzionano più come sostegno al reddito che come ponte verso un nuovo lavoro. Come non menzionare, poi, il disallineamento tra domanda e offerta causato di un gap ancora troppo grande tra sistema educativo, inclusa la formazione professionale, e sistema produttivo. Su tutto c’è il grande problema dell’occupazione femminile, che resta tra le più basse d’Europa, soprattutto nel Mezzogiorno. Carenza di servizi per l’infanzia, rigidità organizzative e squilibri territoriali continuano a limitare l’offerta di lavoro forse più della normativa sui contratti.
Alla luce del contesto economico e sociale attuale, quale intervento di riforma del mercato del lavoro ritiene oggi maggiormente prioritario e non più rinviabile?
Anche per esperienza diretta (oltre alle argomentazioni sopra brevemente svolte), non credo basti innovare una legge per ottenere i risultati di cui il nostro Paese avrebbe bisogno. La regolazione del mercato del lavoro è importantissima ma da sola non basta. È necessaria una buona ed efficace integrazione tra le istituzioni, la società e l’economia e, in particolare, tra il mondo della formazione e quello economico.
Soprattutto, è necessario un sistema produttivo che include, investe, innova ed è competitivo, anche per attrarre i tanti giovani che emigrano dal Paese e i tanti che si isolano, rinunciando (o essendo costretti a farlo) sia al lavoro sia all’istruzione o formazione professionale (NEET). È altresì necessario che la società comprenda che le difficoltà strutturali non si risolvono con pannicelli caldi e bonus e diffidi del populismo che promette la soluzione di mali annosi con un singolo atto o provvedimento. Ciò che, a sua volta, richiede un minimo di educazione economico-finanziaria di base. E imprese che credono saldamente negli obiettivi ESG dell’agenda ONU, che rischia oggi di essere considerata un inutile orpello che limita l’attività imprenditoriale.
Detto tutto ciò - che però è tanto e riguarda inevitabilmente il lungo periodo - ritengo invece che, nel breve termine, occorra partire dai salari, anzitutto introducendo un livello salariale minimo per ridurre l’area dello sfruttamento e, in secondo luogo, creando le condizioni, anche fiscali, affinché i salari in Italia possano stabilmente crescere, per avvicinarsi almeno alla media dell’area Euro.
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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/02/24/criticita-mercato-lavoro-devono-risolte
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