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PMI: preoccupazione e pessimismo per il 2025

Presentati i dati scaturiti dalla indagine dedicata a “Le aspettative delle imprese per il 2025”, condotta dall’Area studi e ricerche della CNA. Preoccupazione, mista a pessimismo, anche quando i conti vanno bene è questa l’opinione generale delle piccole imprese italiane. Il 53,1% delle imprese artigiane, micro e piccole coinvolte nell’indagine prova difficoltà a formulare una previsione sull’andamento futuro dell’economia italiana. Una difficoltà dovuta al moltiplicarsi delle variabili soprattutto geopolitiche e geoeconomiche che, peraltro, stanno costringendo da tempo anche istituzioni autorevoli come la Banca d’Italia a rivedere frequentemente le previsioni sull’andamento dell’economia.

Con un comunicato stampa del 16 gennaio 2025 la CNA presenta i dati scaturiti dalla indagine dedicata a “Le aspettative delle imprese per il 2025”, condotta dall’Area studi e ricerche della CNA. Preoccupazione, mista a pessimismo, anche quando i conti vanno bene è questa l’opinione generale delle piccole imprese italiane.

Il 53,1% delle imprese artigiane, micro e piccole coinvolte nell’indagine prova difficoltà a formulare una previsione sull’andamento futuro dell’economia italiana. Una difficoltà dovuta al moltiplicarsi delle variabili soprattutto geopolitiche e geoeconomiche che, peraltro, stanno costringendo da tempo anche istituzioni autorevoli come la Banca d’Italia a rivedere frequentemente le previsioni sull’andamento dell’economia. Tra le imprese che si sono fatte una idea più precisa il 28,5% ipotizza un 2025 difficile e caratterizzato da un peggioramento della situazione e solo il 18,3% degli intervistati è ottimista. Il pessimismo è ancora più diffuso quando dall’andamento economico complessivo si concentra la visione sulla propria impresa. Su questo fronte cresce infatti non solo la quota di incerti sul proprio futuro (riguarda il 54,5% degli intervistati) ma anche di quanti prevedono dodici mesi insoddisfacenti per le imprese (30,2%) rispetto a un risicato 15,3% di fiduciosi.

Il dato complessivamente negativo nasce da una convergenza di elementi:

- dal fatturato alla quota di esportazioni,

- dall’occupazione agli investimenti,

le previsioni hanno tutte un segno meno davanti.

Nell’ordine la differenza tra risposte negative e positive segna una predominanza di saldo negativo del 31,6% per quanto riguarda gli investimenti, del 29,4% per l’occupazione, del 21,4% per l’export, del 18,4% per il fatturato totale.

Nel complesso raggiunge il 42% la quota di imprese che hanno partecipato alla indagine decise a ridurre la spesa per gli investimenti e l’occupazione. Scelte pericolose perché fermare gli investimenti è rischioso, in una fase caratterizzata dall’introduzione massiccia di nuove tecnologie, e ridurre gli organici potrebbe aggravare il problema del reperimento di professionalità, già sentito ora, se il ciclo economico dovesse rafforzarsi.

La disaggregazione del campione fa risaltare l’opinione in controtendenza delle imprese meridionali e di quelle con titolari sotto i quarant’anni. Il saldo tra ottimisti e pessimisti è positivo nel Mezzogiorno (+5,8% la differenza) e tra i giovani imprenditori (+2,3% il gap) relativamente alle sorti dell’economia italiana. Al dato del Sud contribuiscono tre fattori:

- gli andamenti economici del territorio sono meno legati alla congiuntura internazionale;

- la presenza di imprese manifatturiere è limitata;

- negli ultimi anni i risultati economici locali sono stati trainati dal turismo.

Per i giovani il “sentiment” è derivato dai costi generalmente più ridotti delle imprese nate di recente e da una visione dell’incertezza legata alla propria storia imprenditoriale, che presumibilmente si è da sempre confrontata con la precarietà.

Passando alla dimensione d’impresa, le più piccole (con meno di dieci addetti) appaiono più pessimiste delle maggiori sul loro futuro mentre univocamente negativa è l’opinione sul futuro dell’economia nazionale.

Una sensazione insomma complessivamente preoccupante. Che potrebbe addirittura peggiorare. Qualora, ne è convinto il 39,3% delle imprese, perdurasse l’instabilità politica a livello internazionale. Altri fattori di rischio sono il costo del lavoro (32%), i corsi delle materie prime (31,8%), la mancanza di politiche pubbliche a sostegno dell’economia (23,5%) e la difficoltà a reperire manodopera qualificata (22,1%). Tutti fattori esogeni, quindi, mentre minore preoccupazione viene manifestata verso quanto è più direttamente sotto il controllo delle imprese: concorrenza, rapporto con i clienti e gli istituti di credito, rispetto delle normative, necessità di stare al passo con l’evoluzione del settore, sfida della digitalizzazione.

Quasi tutte esogene rispetto alla loro attività sono anche le eventuali opportunità individuate dalle imprese coinvolte nell’indagine condotta dall’Area studi e ricerche della CNA.

Il miglioramento del quadro di riferimento infatti potrebbe, per quasi sei imprese su dieci (il 58%, per la precisione), agevolare la crescita economica quest’anno. A seguire l’inflazione sotto controllo (33,6%) e la riduzione dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale europea (30,1%), due facce della stessa medaglia che mostrano come la fiammata inflazionistica e la politica monetaria restrittiva della Bce abbiano lasciato il segno nel tessuto imprenditoriale.

Copyright © - Riproduzione riservata

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2025/01/17/pmi-preoccupazione-pessimismo-2025

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