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Recovery Plan: ogni impresa (e professionista) deve ripensare il modello di business. Come?

Il Recovery Plan è un’opportunità storica per l’Italia. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è il “piano dei piani”, una guida, un modo per fare ordine e dare priorità. Ma ogni impresa e ogni professionista in questa fase dovrebbe concentrarsi sul proprio piano di ripresa. Chi ha resistito alla crisi lo deve fare perché l’uscita dall’emergenza comporterà degli aggiustamenti al proprio modello di business e modifiche alla struttura dei costi. Due gli auspici per i “piani del Governo” e per i “piani delle imprese”. Quali?

Il 30 aprile il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha presentato alla Commissione europea il documento del Recovery Plan, iniziativa straordinaria per gestire le conseguenze della pandemia in Europa. L’Italia è stato uno dei paesi più colpiti dalla pandemia e l’importanza di questo passaggio, che consente di affrontare una volta per tutte gli snodi storici che la ritardano, ha comportato una transizione politica mai prima sperimentata, nemmeno negli anni di piombo. Il piano è un lungo documento che pochi leggeranno nel dettaglio se non gli addetti ai lavori e vuole delineare una visione per il paese basata su tre pilastri (digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale) e tre priorità trasversali (donne, giovani e Sud). Nonostante l’aspettativa generata dalla presidenza Draghi, il piano non si discosta molto da quanto si ritrova in qualsiasi analisi della crisi italiana: cerca di stimolare una crescita della produttività attraverso azioni volte a ridurre i costi generali del sistema (ad esempio PA, giustizia, infrastrutture, semplificazione ecc.) e incentivare la transizione verso nuovi settori di attività con aspettative di crescita e valore superiori a quelli che oggi caratterizzano il nostro tessuto produttivo (ad esempio idrogeno, agricoltura sostenibile ecc.). In sostanza, è oggettivamente difficile non condividere le linee esposte nel documento, sebbene non siano mancate schermaglie nella coalizione di governo su singoli provvedimenti caratterizzati da una valenza identitaria (come ad esempio il Superbonus). Il confronto tra la necessità di trasformazione strutturale per il bene di tutti e l’”ingordigia tattica” di breve periodo è una costante, ma sembra per il momento messo sotto controllo dall’autorevolezza del Presidente del Consiglio. Purtroppo, però, non è la prima volta che ci troviamo in queste circostanze. I precedenti dei governi Ciampi e Monti ci spingono alla cautela a causa della forte sensibilità al consenso della propria base elettorale da parte delle forze politiche. L’uso del piano per definire una linea di percorso accomuna questa fase di governo alle esperienze delle imprese. Poiché qualsiasi azione di trasformazione non è immediata ma richiede di attivare progetti, coinvolgere persone, sviluppare attività e verificare risultati, il piano è una guida, un modo per dare ordine, priorità e guida. Se il piano dei piani è quello del Governo, ogni impresa e ogni professionista in questa fase dovrebbe concentrarsi sul proprio piano di ripresa. Chi ha tenuto, lo deve fare perché l’uscita dall’emergenza comporterà degli aggiustamenti. E’ il caso ad esempio del settore della grande distribuzione organizzata che ha registrato risultati molto positivi nel 2020, ma che dovrà presto fare i conti con delta settimanali importanti rispetto all’anno scorso.Chi invece ha subito in pieno i contraccolpi della crisi si trova davanti ad un dilemma. Si tratta infatti di capire se ritornare sul proprio modello di business per rivitalizzarlo o se abbandonarlo per dedicarsi ad altro o a formule nuove. Il settore della ristorazione e dei bar è l’esempio più evidente. Un anno di sostanziale chiusura ha scaricato sulla struttura economica di queste attività, spesso a caratterizzazione familiare, un risultato operativo totalmente negativo ed una probabile esposizione finanziaria. Recuperare questo gap sarà possibile solo per chi godeva di una marginalità interessante o aveva spalle solide per assorbire il colpo. Tutti gli altri dovranno apportare delle modifiche alla struttura dei costi o decidere per la chiusura dell’attività precedente a favore di un modello che abbia caratteristiche di marginalità differenti. Questo duole dirlo a prescindere dal recovery fund o dai ristori, perché la partita non si fa solo sulla sopravvivenza nell’immediato. La vera partita è sulle opportunità future e paradossalmente una catastrofe come quella che abbiamo vissuto può anche essere l’occasione per staccare la spina ad attività e imprese che erano sulla linea di galleggiamento, troppo poco redditizie per poter sopravvivere alla crisi.I piani, però, si sa sono proiezioni di desideri in un contesto di relativo ottimismo sulle proprie capacità di seguirli. Tutti noi facciamo piani, ma pochi tra noi sanno realizzarli. Quali sono quindi gli auspici per i piani del Governo e per i piani delle imprese? Mi permetto di condividerne due. Il primo è che ci sia il coraggio di scegliere da subito su quali priorità davvero concentrarsi. I piani devono essere ampi, ma solo la chiarezza su cosa sia davvero essenziale e critico può aiutarci a guidare la fase esecutiva. Troppi obiettivi, strutture di governance articolate e complesse, sovrapproduzione di documentazione (quelli che chiamo i piani di carta pieni di rassicuranti gannt ipotetici) e micro attenzione sono le condizioni per la paralisi nell’azione. Il secondo è una logica conseguenza e riguarda l’elemento essenziale per la riuscita di ogni piano che è non la sua precisione e eleganza, ma l’esecuzione. L’esecuzione di un piano non è una semplice conseguenza lineare come purtroppo tende a capitare nelle scelte politiche del nostro paese. L’esecuzione di un piano è un’attività ripetitiva, noiosa, faticosa, pesante, in un certo senso molto poco elegante; un’attività che richiede questa sì quella resilienza che viene citata nel piano di Draghi e accanto alla resilienza richiede una sincera dedizione al risultato, più che all’applauso di pubblico e critica. Se dovessi decidere come distribuire le risorse tra piano ed esecuzione non ho dubbi. Al primo non più del 10%, il resto tutto sull’esecuzione. Chi saprà farlo, sia un paese, sia un’impresa potrà guardare al 2020 come una parentesi drammatica.Chi non saprà farlo difficilmente avrà un domani. Copyright © - Riproduzione riservata

Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/impresa/contratti-dimpresa/quotidiano/2021/05/01/recovery-plan-impresa-e-professionista-ripensare-modello-business-come

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