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L’Italia del sommerso secondo l’Istat. Brexit, ultima chiamata per trovare l’accordo

Con il Premio Nobel per l’Economia, lunedì si chiude la tornata 2020 dei prestigiosi premi. Brexit, giovedì l’ultima chiamata (forse) per trovare l’accordo.

Ultimo tra i grandi ad essere assegnato, questo riconoscimento solo una volta è toccato a un italiano (nel 1985 Franco Modigliani, peraltro da molti anni cittadino americano) e due volte a una donna: nel 2009 a Elinor Ostrom per i suoi studi sui beni collettivi e nell’ultima edizione alla francese Esther Duflo, per gli esperimenti nella lotta alla povertà. Come è noto, quest’anno non si terrà la cerimonia di consegna dei Premi in dicembre alla Konserthuset di Stoccolma: tutto sarà online. Certo, le modalità non scalfiscono fascino e importanza del riconoscimento. Chi lo vince, apre e consolida filoni di ricerca sociale dai quali non si torna indietro. Al di là delle persone, negli ultimi anni i messaggi che arrivano dall’Accademia svedese sono chiari: contrasto alla povertà, cambiamento climatico e macroeconomia, nuovi modelli di welfare.

Riassunto delle puntate precedenti: una legge dello Stato californiano impone ai colossi della gig economy di considerare i lavoratori non come contractor autonomi ma come dipendenti e quindi, di riconoscere a loro benefit, ferie o malattie. Ne è sorto un immediato braccio di ferro in Tribunale con una prima sentenza favorevole alla California che si appellava al “furto salariale” e un subitaneo ribaltamento con il giudice d’appello che in agosto ha dato ragione alle due aziende. Oggi l’udienza entra nel merito della vicenda che orienterà nel futuro, c’è da scommettere, la giurisprudenza circa i rapporti di lavoro tra una piattaforma tech e le persone al suo servizio.

In un anno talmente anomalo, come il pandemico 2020, ogni confronto con i numeri del passato sembra fuori focus. Se poi la fotografia riguarda addirittura due anni prima, il rischio è massimo. Bisognerà quindi osservare con cautela i dati che oggi fornisce l’Istat sul 2018 dell’economia in nero, dal sommerso occultato (al fisco) fino ai business illegali. Una partita che nel 2017 (ultima ricerca disponibile) ammontava a 210 miliardi di euro, con una incidenza del 12,1% sul Pil nazionale. Una tendenza in crescita per le attività illegali passate da 16,4 miliardi (nel 2014) a 18,9 miliardi ma in flessione per il vero e proprio sommerso, con le attività non dichiarate che sono scese a 192 miliardi (da 195 miliardi del 2014). E che tutti i politici, da sempre, dicono di voler riportare alla luce del sole.

Mancano meno di cento giorni e poi sarà un’uscita no-deal. Se l’Unione europea e il Regno Unito non trovano un accordo commerciale, diventerà concreto lo scenario che da sempre è considerato il peggiore, il più difficile da gestire per economie e società così interconnesse. Eppure, tutto sembra andare ineluttabilmente verso quella direzione. E non aiuta certo la palese violazione della legge sul mercato interno (le frontiere alle due Irlande) su cui si era raggiunta l’intesa e per la quale la Commissione adesso ha avviato contro Londra una procedura d’infrazione. La stessa Londra che chiede di trovare (entro oggi) una soluzione che chiuda la questione. Le imprese inglesi devono avere il tempo di prepararsi, sostiene il premier Boris Johnson. Ma la sua linea, specie in tempo di Covid, convince sempre meno, persino nel suo partito.

Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/impresa/finanza/quotidiano/2020/10/10/italia-sommerso-secondo-istat-brexit-ultima-chiamata-trovare-accordo

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